10 ottobre 1985, la crisi di Sigonella: il duro faccia a faccia tra Italia e USA


Il racconto de “La crisi di Sigonella”, il caso diplomatico scoppiato tra Italia e Stati Uniti d’America nell’ottobre del 1985.


Tra la notte del 10 e 11 ottobre 1985 “La crisi di Sigonella” (che prende il nome dalla base aerea presso la quale scaturì, in Sicilia) scoppiò un caso diplomatico tra Italia e Stati Uniti d’America.

L’accaduto rischiò di sfociare in uno scontro armato tra VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) e Carabinieri da una parte, e i militari della Delta Force (reparto speciale delle forze armate statunitensi) dall’altra, all’indomani di una rottura politica tra il presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi e il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan circa la sorte dei terroristi palestinesi che avevano sequestrato e dirottato la nave da crociera italiana Achille Lauro uccidendo un passeggero statunitense.

Crisi di Sigonella: cosa accadde il 10 ottobre 1985

Il presidente statunitense Ronald Reagan, mentre era in volo da Chicago a Washington, decise di accogliere la proposta del Consiglio di sicurezza nazionale degli USA disponendo di intercettare unilateralmente l’aereo utilizzando le informazioni fatte pervenire da Israele: dalla portaerei USS Saratoga decollarono quattro F-14 Tomcat che affiancarono l’aereo poco sopra Malta.

Nel frattempo il Consiglio di Sicurezza Nazionale ed il Dipartimento di Stato USA riuscirono a limitare le opzioni di atterraggio dell’aereo egiziano, chiedendo ai governi di Tunisia, Grecia e Libano di non autorizzare l’atterraggio nei loro aeroporti. Quando il volo EgyptAir stava ormai avvicinandosi alla destinazione, Tunisi comunicò il rifiuto all’autorizzazione di atterraggio. Dal Boeing venne quindi chiesta autorizzazione ad Atene, da dove ricevettero altro rifiuto.

I militari statunitensi entrarono quindi in azione, contattando via radio il Boeing ed eseguendo la procedura di intercettazione, intimando con movimenti d’ala di seguirli: senza previo avvertimento, i caccia americani dirottarono così l’aereo egiziano sulla base aerea di Sigonella, in Sicilia, un aeroporto militare italiano che comprende una Naval Air Station della Marina statunitense.

Intorno alle 22:30 il colonnello Ercolano Annicchiarico, che la mattina dopo avrebbe dovuto lasciare il comando dell’aeroporto militare, era stato avvertito dell’arrivo di una formazione americana. La richiesta, negata, veniva dai Tomcat, a 240 km dallo scalo siciliano, ed atteneva ai soli quattro F-14 ed all’aereo egiziano, nessuna menzione facendosi dei due C-141, né autorizzati né previsti.

Solo a dirottamento iniziato, il governo americano tentò di contattare Craxi. La versione di parte statunitense è che Craxi non rispondeva alle richieste di contatto telefonico e che solo per questo Oliver North si rivolse a Michael Ledeen, consulente della CIA che riuscì a farsi passare Craxi in ragione di antichi rapporti di consuetudine risalenti al suo periodo di perfezionamento universitario italiano. Opposta è la versione dell’entourage di Craxi: «Craxi non aveva molta simpatia per lui, disse: “Non vedo per quale ragione dovrei parlarle, visto che ci sono altre persone qualificate, come l’ambasciatore Rabb”; non voleva attribuire a Ledeen il ruolo di portavoce del Presidente Reagan».

In ogni caso, il colloquio telefonico alla fine ebbe luogo: secondo Ledeen, Craxi gli chiese solo «perché in Italia?» e si accontentò della sua risposta: «per il vostro clima perfetto, la vostra favolosa cucina e le tradizioni culturali che la Sicilia può offrire».

Il presidente del consiglio italiano, contrariato da questa improvvisazione, intendeva consentire l’atterraggio, ma solo a condizione di gestirne le conseguenze autonomamente. In segreto ordinò ai vertici militari che i terroristi e i mediatori fossero messi sotto il controllo delle autorità italiane. L’ammiraglio Fulvio Martini, capo del servizio segreto militare (SISMI), alle 23:57 ricevette una telefonata dal presidente Craxi e su suo ordine prima diede l’ordine di autorizzare l’atterraggio dei 5 velivoli a loro noti, dalla sala controllo dello stato maggiore dell’aeronautica a Roma; poi si recò immediatamente alla base di Sigonella.

La notte tra il 10 e l’11 ottobre

L’autorizzazione del Comando italiano all’atterraggio del volo egiziano arrivò solo quando il velivolo aveva già dichiarato emergenza combustibile e appariva evidente che non sarebbe stato in grado materialmente di procedere verso l’aeroporto di Catania Fontanarossa. L’atterraggio avvenne alle 00:15. Il controllore di torre e il suo assistente, senza ricevere ordini in merito, istruirono di loro iniziativa l’aereo egiziano a parcheggiare sul piazzale lato est (zona italiana). Sia il controllore di torre che il suo assistente erano all’oscuro riguardo l’identità dei passeggeri a bordo del velivolo egiziano: essi però furono i primi ad avvedersi che in silenzio radio ed a fari spenti i 5 velivoli noti erano seguiti dai due C-141; in assenza di informazioni, sotto la propria responsabilità e a proprio rischio e pericolo, assunsero la suddetta decisione su dove dislocare l’aereo, che si rivelò decisiva per i successivi sviluppi. Il controllore in turno e il suo assistente furono le due prime persone italiane di Sigonella a rendersi conto che gli statunitensi volevano far atterrare l’aereo civile sulla base militare, per poi farlo sostare nel settore dell’aerostazione gestita dalla Marina USA: preavvisarono quindi dell’atterraggio sia i Carabinieri che i VAM (Vigilanza Aeronautica Militare), il corpo di guardia dell’aeroporto.

Il clou della crisi di Sigonella si ebbe quando, immediatamente, confluirono sulla pista 30 avieri VAM e 20 Carabinieri, di stanza all’aeroporto di Sigonella, circondando l’aereo, come da ordini ricevuti. Pochi minuti dopo atterrarono – a luci spente e senza permesso della torre di controllo – anche due Lockheed C-141 Starlifter americani della Delta Force al comando del generale di brigata aerea Carl W. Stiner: si diressero verso il Boeing egiziano e fu subito chiaro l’intento di prelevare dirottatori e Abu Abbas, secondo gli ordini ricevuti da Washington; le luci della pista furono subito spente. La tensione salì quando gli incursori della Delta Force, scesi dai C-141 armi in pugno, circondarono gli avieri italiani e i carabinieri della base, ma a loro volta furono circondati con le armi puntate da un secondo cordone di carabinieri, che erano nel frattempo arrivati dalle vicine caserme di Catania e Siracusa. Il capitano Marzo ricevette dalla torre di controllo l’ordine di posteggiare un’autocisterna, una gru e i mezzi anti incendio chiusi a chiave e piantonati dinanzi ai velivoli, onde impedire loro definitivamente di muoversi dalla base. Ognuno si attestò sulle sue posizioni: in quel momento v’erano tre cerchi concentrici attorno all’aereo. Seguirono minuti di altissima tensione.

Stiner – che aveva notizie dagli Stati Uniti in tempo reale grazie ad apparecchiature satellitari – avvertì il colonnello Ercolano Annicchiarico di essere in contatto con lo Studio Ovale della Casa Bianca e dichiarò: «Il governo italiano ha promesso di consegnarci i palestinesi; non capisco la resistenza di voi militari». L’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del Sismi, sia pure con difficoltà, sentì Roma e fece rispondere a Stiner: «Abbiamo istruzioni di lasciarli lì». Le autorità italiane, infatti, restavano attestate sulla linea secondo la quale, in assenza di richiesta di estradizione, non era consentito a nessuno di sottrarre alla giustizia italiana persone sospettate di aver preso parte ad un atto criminale punibile ai sensi della legge italiana.

Il caso era stato affidato alla Procura di Siracusa, poiché l’evento si stava verificando sul suo territorio di competenza, come Andreotti disse telefonicamente a Schultz: pertanto tra i protagonisti di quella notte vi fu il pubblico ministero Roberto Pennisi, in quel momento sostituto procuratore di turno presso il tribunale di Siracusa. Egli aveva il compito di prendere in affido i quattro terroristi e di interrogarli.

Da Washington pervennero immediatamente intimazioni rivolte per via diplomatico-militare ai vertici del governo italiano: gli statunitensi si limitavano a presentare la questione come un’operazione di polizia internazionale, disconoscendo le diverse priorità imposte dall’ordinamento giuridico italiano. Non avendo ottenuto risposta positiva, il presidente statunitense Reagan, infuriato per il comportamento italiano, si decise a telefonare nel cuore della notte al presidente del Consiglio Craxi per chiedere la consegna dei terroristi; ma Craxi non si mosse dalle sue posizioni: i reati erano stati commessi a bordo di una nave italiana, quindi in territorio italiano, e sarebbe stata l’Italia a decidere se e chi estradare.

Alle 5:30, quando il comandante dei carabinieri, generale Riccardo Bisogniero fece intervenire a Sigonella (su ordine di Craxi) i blindati dell’Arma e altre unità di rinforzo, il reparto speciale americano ricevette l’ordine di rientrare. A Reagan, dinanzi alla posizione italiana, non era rimasto che cedere e ritirare gli uomini da Sigonella, confidando nella volontaria attuazione delle promesse che riteneva di aver ottenuto nel corso della telefonata con Craxi.

 

Credits: Wikipedia


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