“Di Mungibeddu figghi tutti semu”. E un figlio può anche arrabbiarsi con il padre, ma non può dimenticare da dove viene.

Trinacria

Di Mungibeddu figghi tutti semu: pensa prima di lamentarti dell’Etna

Ogni volta che l’Etna erutta, in Sicilia ricomincia la stessa discussione: la cenere sulle automobili, le strade da pulire, i disagi per i cittadini, i problemi per l’aeroporto e le difficoltà per il turismo. È comprensibile lamentarsi dei disagi. Ma forse dovremmo fermarci un momento e guardare la nostra isola da una prospettiva diversa.

C’è una frase della tradizione siciliana che dice tutto:

“Di Mungibeddu figghi tutti semu” (dell’Etna siamo tutti figli).

E forse dovremmo ricordarcelo proprio quando il vulcano si fa sentire.

Sicilia e Sardegna: quasi la stessa superficie

Sicilia e Sardegna hanno una superficie molto simile. La Sicilia misura circa 25.800 chilometri quadrati, la Sardegna circa 24.100. Eppure la popolazione è completamente diversa. La Sicilia conta quasi 4,8 milioni di abitanti, mentre la Sardegna circa 1,6 milioni. In pratica, su un territorio grande quasi quanto quello sardo, la Sicilia ospita più del triplo della popolazione.

Questo significa città più grandi, maggiore traffico, più infrastrutture, più aeroporti, più attività economiche e turistiche. E quando un vulcano come l’Etna entra in attività, inevitabilmente i suoi effetti vengono avvertiti da milioni di persone. Ma c’è una domanda che dovremmo porci.

L’Etna è davvero il problema?

L’Etna era lì prima di noi L’Etna non è arrivato ieri. È lì da migliaia di anni. Prima delle strade, prima degli aeroporti, prima delle automobili e prima delle nostre città, c’era il vulcano. Siamo stati noi a costruire e vivere alle sue pendici. E questo significa che non possiamo pretendere che l’Etna si comporti come vorremmo noi. Un vulcano attivo non può essere acceso e spento secondo le necessità dell’uomo.

Possiamo studiarlo, monitorarlo, prevederne alcuni comportamenti, organizzare meglio i servizi e ridurre i disagi. Ma non possiamo impedirgli di essere un vulcano. Quando l’Etna ci regala la sua bellezza. Quando l’Etna è tranquillo, siamo orgogliosi di lui. Lo fotografiamo. Lo mostriamo ai turisti. Lo mettiamo sulle cartoline. È uno dei simboli della Sicilia nel mondo. Le sue pendici attirano visitatori, escursionisti e appassionati. Il paesaggio vulcanico è una delle grandi ricchezze naturali dell’isola. E la sua attività vulcanica, nel corso dei secoli, ha contribuito alla formazione di terreni particolarmente fertili.

Insomma, l’Etna ci dà molto. Poi arriva un’eruzione, cade la cenere e improvvisamente diventa un nemico. Forse dovremmo essere più coerenti. Non possiamo amare l’Etna quando ci porta turismo e prestigio e odiarlo quando ci ricorda di essere un vulcano.

Il problema non è l’Etna, è come conviviamo con l’Etna

Questo non significa che i disagi debbano essere ignorati. La cenere vulcanica può creare problemi reali. Gli aeroporti devono essere gestiti con prudenza. Le strade devono essere pulite. I cittadini devono essere informati tempestivamente. Le istituzioni hanno il dovere di organizzarsi meglio. Ma anche noi cittadini dobbiamo imparare a convivere con una realtà naturale che fa parte della nostra terra.

Forse dovremmo smettere di chiederci: “Come facciamo a fermare l’Etna?”

E cominciare a chiederci: “Come possiamo vivere meglio con l’Etna?”

È una differenza enorme.

E la Sardegna ci insegna qualcosa

Il confronto con la Sardegna dovrebbe farci riflettere. Abbiamo due grandi isole mediterranee, con una superficie quasi uguale, ma una densità abitativa molto diversa. La Sicilia è molto più popolata e quindi ogni evento naturale coinvolge un numero maggiore di persone. Questo rende ancora più importante una buona organizzazione del territorio.

Non possiamo cambiare l’Etna. Possiamo però migliorare le infrastrutture, la prevenzione, la comunicazione, la gestione della cenere e i sistemi di emergenza. Possiamo imparare a convivere con il nostro vulcano invece di considerarlo ogni volta una sorpresa.

“Di Mungibeddu figghi tutti semu”

Alla fine, forse, la risposta è già nella nostra cultura popolare. “Di Mungibeddu figghi tutti semu”. Dell’Etna siamo tutti figli. E un figlio può anche arrabbiarsi con il padre, può lamentarsi quando gli crea problemi, ma non può dimenticare da dove viene. L’Etna non è un ospite della Sicilia. L’Etna è Sicilia.

E forse il vero progresso non consiste nel pretendere che la natura si adatti a noi. Consiste nell’imparare noi ad adattarci alla natura. Di Mungibeddu figghi tutti semu. E forse è arrivato il momento di ricordarcelo.

Articolo a cura di Giuseppe Tizza

Sicilia Live

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