A Catania serve una riconversione culturale: dall’“ingegno contro le regole” all’“ingegno per migliorare le regole”.


Terza pagina

Catania e quella genialità “storta” da convertire

Parlo da chi, negli ultimi decenni, ha progettato e seguito migliaia di imprese, formato imprenditori di ogni età e settore per oltre trentamila ore, ascoltando sogni, fatiche e spesso, giustificazioni.

E proprio qui, a Catania, queste giustificazioni diventano arte.
L’arte del “mi arrangio”, del “così fanno tutti”, del “tanto non cambia nulla”. Una filosofia spontanea, antica quanto il vento dell’Etna, che nella mia lunga esperienza ha prodotto due risultati opposti: fallimenti lampanti e brillanti successi. La differenza?
L’uso dell’ingegno.

L’episodio recente del cane con il sacchetto in bocca, assurto alle cronache nazionali, è tanto curioso quanto rivelatore. La narrazione, ancora una volta, è stata quella della furbizia: qualcuno che avrebbe addestrato un cane pur di non farsi riprendere mentre abbandona i rifiuti. Eppure, guardando bene, la vera questione non è il cane.
È l’abitudine a trasformare l’intelligenza in scappatoia, il talento in sotterfugio, la strategia in scorciatoia.

Nella mia lunga esperienza professionale, ciò che più colpisce degli imprenditori catanesi è proprio la straordinaria capacità di adattarsi. È una genialità naturale, spesso più efficace delle teorie manageriali. Ma resta prigioniera della mentalità del “fare per sopravvivere” invece del “costruire per crescere”.
La differenza fra il microcosmo dell’artigiano che resiste e l’impresa che innova è la struttura, non il genio.

E qui torniamo alla mia altra passione: le foto d’epoca di Catania. Più di diecimila scatti raccolti negli anni mi raccontano una città che, da secoli, reinventa se stessa tra rovine e rinascite.
A ogni terremoto, materiale o sociale, segue un fermento economico, una spinta creativa che parla di resilienza vera.
Ma ogni volta, quella spinta non diventa sistema. Il genio rimane frammento: lampi di talento sparsi in un mare di improvvisazione.

Ecco, se potessi riassumere in un consiglio professionale questo lungo percorso, direi: Catania non ha bisogno di più intelligenza. Ne ha in abbondanza. Ha bisogno di organizzazione, metodo, continuità.
Serve una riconversione culturale: dall’“ingegno contro le regole” all’“ingegno per migliorare le regole”. Dall’arrangiarsi al progettare.

Immagino spesso come sarebbe la mia città se quell’energia clandestina, che da secoli muove cantieri informali, soluzioni improvvisate, talenti sommersi,diventasse forza produttiva alla luce del sole. Io l’ho vista, quella forza, in tanti giovani imprenditori che formo ogni anno: la scintilla c’è, serve solo un contesto che la premi invece di penalizzarla.

Perché in fondo, come mostrano anche le fotografie della mia collezione, Catania è sempre stata un laboratorio di sopravvivenza creativa. Ora è il momento di farne un laboratorio di sviluppo consapevole.

La genialità “storta” della città non va repressa: va riprogettata.
Solo così quel cane col sacchetto, simbolo involontario del genio abusivo, potrà diventare metafora di una città che smette di portar via rifiuti e ricomincia a costruire futuro!

Articolo a cura di Franz Cannizzo

Sicilia Live

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